Percorrere attraverso uno studio sia sperimentale che virtuale le vie della Transumanza, la migrazione stagionale delle greggi, in Calabria richiama inevitabilmente alla mente molte riflessioni, analisi vaste e profonde del fenomeno, che coinvolgono fatalmente il contesto storico, economico, etnologico, psicologico, senza trascurare soprattutto il ruolo della Geografia, se questa viene considerata nell’approccio metodologico nuovo.
Nella concezione contemporanea in cui nel contesto dell’unità del sapere, anche la letteratura viene valutata secondo un processo scientifico, non si può contestare che la disciplina geografica abbia assunto un carattere sempre più dinamico, sintetico, pluridisciplinare ed interdisciplinare; è un messaggio rinnovato che la colloca in un’area culturale alta senza più essere l’ancella delle altre discipline.
Studiare la Transumanza dall’aspetto geografico, ma soprattutto letterario, risulta assai interessante, stimolante e suggestivo, tenendo conto che i caratteristici paesaggi contenenti il pastore che conduce il gregge al pascolo, ha ispirato non solo la mente degli storici, degli economisti, ma anche dei pittori, dei poeti e degli artisti più grandi di tutte le epoche.
È vero che la Transumanza in Calabria viene identificata per lo più con il processo di arretratezza socio-economica della nostra regione e non risulta agevole e fluido ripercorrere con la mente quei luoghi, quel contesto di sofferenze, di ingiustizie, di inquietudini, di disagi, che già la persona di Corrado Alvaro ha descritto nel capolavoro letterario “Gente in Aspromonte”.
Tuttavia senza trascurare nessun aspetto che possa ridimensionare il valore della ricerca, ci si soffermerà con razionalità, con consapevolezza critica, ma anche con spirito lirico e letterario su un argomento che pure il Vangelo tiene in grande considerazione.
I pastori a cui l’angelo annuncia la nascita del Redentore e che sono i primi ad essere onorati dalla nascita di Gesù Bambino erano certamente i pastori transumanti, che conducevano il gregge in quel paesaggio selvaggio e inospitale, ma romantico e pittoresco.
Non si può non citare il grande Giacomo Leopardi, nel “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”, dove il poeta di Recanati immagina quel pastore transumante, mentre erra di notte, si rivolge direttamente alla luna e la interroga sul significato dell’esistenza, del dolore universale, dello scopo e della ragione dell’universo.
Ma in nessuno passa inosservata la descrizione dei pastori d’Abruzzo, descritti dal grande D’Annunzio, quando all’avvicinarsi dell’inverno scendono dai loro monti e prendono il cammino verso il selvaggio Adriatico per quelle vie erbose dette “tratturi”.
Nel nostro contesto la Calabria è stata per secoli una regione di latifondo pastorale. Ancora oggi il ruolo della pastorizia è notevole: certamente l’antica pastorizia transumante non è più compatibile con l’uso agricolo delle terre pianeggianti costiere; la pastorizia è diventata quasi stanziale, continua a basarsi sugli ovini e i caprini, produce carni, latte e lane, però con una nuova attenzione e con diverse strategie legate alle richieste del nuovo mercato a cui vengono forniti carne di agnello e latticini.
È positivo tuttavia che si cominci a volgere l’attenzione su un fenomeno che storicamente non è inferiore né all’agricoltura, né all’industrializzazione, ma piuttosto complementare.
Nel 1984 è sorta l’Associazione Culturale per la Storia della Civiltà della Transumanza e si organizzarono quattro giornate internazionali di studio. È interessante citare quanto affermò nella presentazione, lo studioso Alessandro Clementi, Presidente della Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi e dell’Associazione Culturale per la Storia della Civiltà della Transumanza:
“Vi sono fenomeni che come fiumi sotterranei solcano la storia d’Italia e che ne determinano le linee di fondo senza che appaiano se non per brevi tratti e per subitanee emergenze in superficie. Uno di questi è la Transumanza che costituiva la spina dorsale di molta parte dell’economia italiana, quanto meno di quella meridionale, senza che la grande storiografia si sia mai occupata di essa, quasi fosse un fatto estremamente marginale dell’avventura umana”.
Ma sempre durante quelle Giornate di studio sulla Transumanza risulta utile citare una riflessione del prof. Gian Piero Givigliano, docente di “Storia romana” nella nostra Università e profondo conoscitore della Calabria nei suoi molteplici aspetti.

Così afferma: “La Calabria presenta una situazione morfologica certamente non semplice la cui caratteristica principale è data dal susseguirsi quasi incalzante di diversi sistemi montuosi. Il massiccio del Pollino, l’altopiano della Sila, la Catena Costiera, i complessi delle Serre e dell’Aspromonte sono, comunque, ben individuati da una rete idrografica piuttosto articolata, cui si aggiungono, talora, precisi fattori di identificazione geologica.
"Le aree pianeggianti, in genere - afferma Teti - sembrano ritagliate in corridoi più o meno stretti, allungati fra la linea di costa e il rilievo, che a volte giunge a specchiarsi direttamente nel mare… La possibilità di sfruttare convenientemente queste grandi estensioni montuose ed accidentate ha fatto sì che si sviluppasse nella regione un’economia pastorale che è stata più o meno florida a seconda dei diversi periodi ed in cui le aree di maggior livello vanno viste soprattutto nel Pollino, nella Sila e nell’Aspromonte”.
Tutto ciò ci riporta ad uno studio originale sulla Calabria di Corrado Alvaro del prof. Vito Teti, antropologo ed etnologo, valido conoscitore della realtà socio-economica e culturale della Calabria.
Nel Convegno del 2001, illustrando la tradizione e la modernità nell’opera di Alvaro ha colto in tale contesto la metafora del pastore transumante come la fatale realtà degli ebrei erranti di Joseph Roth: “l’erranza, la fuga, l’inquietudine, lo spaesamento diventano nuovi caratteri antropologici dei calabresi che vivono la fine dell’antico Universo”, ma oltre alla fuga, il tema principale della vita calabrese, il Teti delinea un altro tema della Transumanza: la metafora dell’acqua, distruzione e rinascita, rovina e salvezza.
Il pastore che si muoveva nei tratturi aveva sempre il sapore dolce-amaro dell’acqua. Essa serviva per dissetare gli armenti, ma si trasformava in nemica quando provocava le alluvioni che tempestavano la vita dei pastori in Aspromonte.
[Francesco De Pascale]