Si può parlare di “amori” cattivi?
La domanda è posta in modo volutamente distorto, acceso, “caricato”. Si dovrebbe parlare, infatti, di situazioni relazionali chiuse nella sofferenza che sconfinano, spesso, in violenze subite da molte donne, all’interno di spazi coniugali o extraconiugali e che finiscono per tradursi in un’aggressione alla stessa radice dell’identità femminile.
Sfogliamo una novità editoriale: Malamore. Esercizi di resistenza al dolore (Mondadori, collana Strade blu, pp. 169) di Concita De Gregorio.
Si tratta di un volume di storie scritte con una partecipazione intensa, con una capacità introspettiva profonda eppure mai pressante né pesante e con un tratto dolce e lieve dal neodirettore del quotidiano l’Unità.
Ed ecco che lo sguardo si ferma sulla violenza di genere. Su quella violenza che può arrivare a uccidere o che viene sorretta addosso e trascinata, giorno dopo giorno, da molte donne come una «privata indicibile quotidiana penitenza» o che può far scattare una netta rivolta. Di prevaricazioni, in questo libro, ce ne sono tante: alcune crude, altre ambivalenti, tutte comunque estremamente contorte.
Sì perché l’universo femminile, a volte, conserva una “memoria” che predispone a farsi calamitare dal Malamore. E, talvolta, noi donne ci possiamo “ammalare” di un giogo che sottomette alle sabbie mobili del «castigo» e del «perdono di carezze», come accade alla protagonista della storia Ti do i miei occhi (pp. 67 ss.), inclusa nel volume Malamore edito da Mondadori: siamo di fronte a una giovane donna alla quale un marito debole e manesco vorrebbe sottrarre quella vita che pulsa anche oltre “il domicilio” di ogni relazione; un uomo insicuro che tenterebbe di tarparle le ali e di allontanarla da un lavoro che è parte della sua realizzazione e felicità.
Un’ultima nota: Ti do i miei occhi è anche il titolo di un film spagnolo di Icíar Bollaín, premiato al 51° Festival internazionale di San Sebastian e detentore di sette premi Goya. E Concita De Gregorio sottolinea (p. 71 ss.), a questo proposito, quanto la quarantenne regista e sceneggiatrice spagnola abbia voluto lasciare impresso, nel suo film, lo spartiacque fra«capire e giustificare chi è violento»: una chiave differenziale, questa, per difendersi dalla violenza di genere ovunque (Crotone e San Sebastian sono, qui, soltanto due poli simbolici che aggiungiamo sfogliando questa straordinaria narrazione non fiction che può dare la forza di chiamarsi fuori da tutte le relazioni cattive).
[F.M.M.]
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