
“Il corpo delle donne”, è questo il titolo di un video-documentario andato in onda sul canale La7 nella serata di Lunedì 4 Maggio, nel corso della trasmissione “L’Infedele” condotta da Gad Lerner.
Autoprodotto da Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi, la sequenza di immagini musiche e voci vuole porre all’attenzione il recinto desolante entro cui le donne, e specie quelle italiane, sono relegate.
Ancora la donna dunque, o meglio ancora il suo corpo, quel corpo. Sempre più ormai nell’ottica di una generale attenzione, anzi fissazione.
Chi siamo, cosa vogliamo? Chiede il filmato alle donne d’Italia.
E soprattutto, perché non ci arrabbiamo, ovvero perché non abbiamo quella pulsione indignata e violenta nei confronti di questa corrida volgare e pacchiana con cui la tv vuole dipingerci?
Non è la solita diatriba fra apparenza e reale, fra bellezza e intelligenza; qui non c’entra la velina di turno o il programma pomeridiano che sforna striduli fenomeni circensi. Ci sono anche questi paradigmi, certo. Ma soprattutto c’è un ecumene vasto, vastissimo anzi, e in sempre più massiccia affermazione, un ecumene dunque di coscienze degradate e fallaci che permette incita e giustifica ciò che ormai è l’abitudine.
La donna: ma che cos’è davvero? Che trattamento le spetta? E’, oggi più di ieri, una bambola nel reale senso del termine: un impasto di plastica e cera su cui apporre orpelli e occhi affamati, un essere che non parla, se non per accettare o ringraziare; una bella, bellissima bambola.
Che sta, accogliente ed educata, bene in posa e bene in vista. Ma senza parlare. E qui per parlare non si intende un soffio d’aria che passa in gola e va vibrare dei termini; parlare, qui, oggi, non è agitare un grumo d’aria.
Parlare come fatto totalizzante e profondo, come merito di coscienza e non di una scaletta già pronta. Parlare è prima di tutto avere la libertà di poterlo fare, sapere di poter fare di un contesto o di una situazione una propria rielaborazione e visione.
E tutto questo non avviene nella televisione italiana, tutto ciò non avviene nella “tv delle donne”, questa repubblica di salotti e interviste pomeridiane, di mascheroni informi e tutti uguali.
Ma cosa siamo, cosa vogliamo? Cosa vogliono, oggi, le donne?
E i nostri corpi, consumati, barattati con pretese sguaiate e antistoriche, che ne è di loro?
Il progresso passa per l’ampiezza delle scollature, le vertigini di una scarpa o il nuovo tono di un particolare make-up. Progresso è dire che si è, nonostante un bell’apparire, anche una testa pensante, unità dinamiche di un circuito sempre in moto. Tuttavia il problema non è il come o il dove, ma quando. Quando.
Si potrebbero contare sul palmo di una mano le apparizioni di donne italiane genuine, che sanno emozionarsi dei loro progetti e dei loro meriti, donne che ascoltano e discutono, donne che costruiscono. Donne che non hanno bisogno di un’inquadratura costantemente ossessiva e maliziosa, perché hanno qualcos’altro da comunicare, quelle donne hanno qualcosa di cui parlare.
Potrebbe sembrare, questa, un’esposizione inutile, faziosa anche; un ripiego di termini su bobine mille volte sciolte e incollate nella comunicazione. Eppure sono ugualmente molte, sono ugualmente mille le volte in cui, da essere vivente prima che da donna, ci si sente come delle bestie impachettate in catene, lacci impossibili e bellissimi al tempo stesso, che noi per prima contribuiamo a costruire.
Sono stanca, stanchissima, di farmi umiliare; sono stanca di constatare che ciò che chiamiamo presente non sempre significa progresso, non sempre è migliore.
Per la donna questa non è storia, non è evoluzione. E’ uno scarto che corre fra l’inutile e il miserevole, un partita perduta, un futuro che corre all’indietro.
[Angela BUBBA]
[11.05.2009]
articoli correlati