
Il suo nome è Maria Perrusi, diciottenne di Cosenza (Fiumefreddo Bruzio, per la precisione) ed è giovane, calabrese, e soprattutto bella verrebbe da dire. Talmente bella da conquistare gli ambitissimi simboli che, anno dopo anno, nella celebre vetrina di Miss Italia, consacrano il fisico orgoglio d’innumerevoli ragazze.
Ancora perciò, ancora a distanza di molto tempo, il fascino scintillante di scettri e coroncine, di tacchi balletti e sgambettate vince sulla donna e sul suo corpo, vince sulla sua vera bellezza.
“Cercherò di essere sempre me stessa” questa la prima dichiarazione della neoeletta. Essere se stessa come splendida marionetta da copertina, o manipolo delle chiacchiere fatte nei salotti della tv pomeridiana, se stessa come vittima luccicante di un movimento, un’industria perversa.
Quella che gioca sulla donna e sulla sua fisicità, sulla decisione, o meglio presunzione, a far si che da essa emerga e si sviluppi un solo tipo di virtù, e quella più semplice, e bestiale forse, la più immediatamente visibile.
Il fatto rientra comunque nell’acutissimo e disarmante processo che ha ormai senza rimedio investito la nostra civiltà, e già da non poco tempo: la perdita dell’attenzione, la perdita della profondità.
La sensazione diventa il lavoro del subito e del veloce, e con essa quindi anche la valutazione di ciò che noi inquadriamo nelle categorie di bravura, spigliatezza, intensità, armonia, e bellezza appunto, anche la bellezza.
Vince ciò che è più colorato oggi, ciò che maggiormente stride e lampeggia, tutto ciò che ha rumore. Anche la bellezza, ciò che noi ci azzardiamo a definire bellezza, è rumore qui.
Pochi mesi per decidere il destino di un volto, pochi giorni per spruzzarlo dentro ogni canale della comunicazione, e con quello gli applausi, le interviste, le carovane frenetiche della velocità e del suono, con quello il rumore.
Perchél a bellezza oggi è rumore, niente altro. Il fascino del silenzio e della lentezza, il fascino della non violenza, nella letteratura come nella musica, nell’arte come nella comunicazione, nel procedere quotidiano, nelle banalità più ridicole e semplici di ogni attimo, di tutti gli attimi anzi, ebbene sembra scomparso, rapito, sgretolato per sempre.
E il problema qui non è il clamore applicato ad un concorso in particolare, non è il Miss Italia 2009 conquistato da Maria Perrusi; e non è la ragazza, la bambina di turno che fra le lacrime impugna il pezzo della sua vittoria.
Siamo noi l’ostacolo più duro e alto, il muro che non riusciamo a smontare.
Sommersi da un’abitudine vile, che ci stordisce e ci fiacca, ci droga di vezzi elementari e pacifici, che non necessitano di migliorare; un’abitudine che ci porta a dire che siamo ormai uomini “arrivati” e perfetti, che ciò che vediamo per la prima volta basta a se stesso, senza che esso sia indagato, ascoltato, visto davvero.
Leviamoci il cappello dunque, e facciamo un inchino. Intanto gli applausi continuano a stordirci il sangue, e nuovi spettri di donne perdono la loro innocenza.
[Angela BUBBA]
[29.09.2009]
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