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R&S Ricerca e Sviluppo lontani da Lisbona


Ricerca e Sviluppo sempre più importanti, sempre più lontani. Il Mezzogiorno non investe perché le imprese, in tempi di crisi globale, tirano avanti come possono.

Nel 2000 a Lisbona  si era stabilito l’obiettivo di fare dell'Unione Europea la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010, facendo leva su innovazione e imprenditorialità, riforma del welfare e inclusione sociale, capitale umano e riqualificazione del lavoro, ma soprattutto attraverso l’aumento della spesa in R&S  con una quota pari al 3 % del Pil.

Alle soglie dell’anno prefissato, il bilancio è più che deludente, in Europa in generale, ma soprattutto per il Meridione, nessuna regione ha raggiunto l’obiettivo, e l’unica che supera la soglia dell’1% del Pil nella spesa sostenuta per R&S è la Campania. In totale il Sud investe un quinto di quanto fa la sola Lombardia. Fanalino di coda la Calabria col solo 0,4%.

Dati allarmanti, il Mezzogiorno resta indietro anni luce.

L’importanza dell’investimento in R&S è vitale per il tessuto economico, aumenta la produttività, genera ricchezza e le imprese crescono.

L'economista Romer (*) nel 1986 sosteneva che a beneficiare degli investimenti in R&S, fossero non solo quelle imprese che vi investono direttamente, ma anche le altre, in quanto questo genera un fattore esogeno di conoscenza diffusa che autoalimenta il ciclo innovativo, attraverso un effetto ricaduta (spillover). Tale effetto ricaduta si manifesta nella diffusione delle innovazioni tecnologiche, ovverosia in quelle esternalità positive che l’investimento da parte della singola impresa genera sull’ambiente economico in cui essa opera.

Ma per generare un ciclo di crescita virtuoso basato sull’innovazione, sarebbe necessaria una nuova politica industriale, un impegno maggiore da parte delle istituzioni, ma ancora una volta il Sud è allontanato dallo sviluppo in virtù della sottrazione di risorse da parte del governo.

Le agevolazioni concesse per la riduzione degli squilibri territoriali che hanno rappresentato circa 78% dell’intervento pubblico al Mezzogiorno; dal 2007 sono state totalmente cancellate e da un ammontare di 4,3 miliardi di euro sono passati a solo 21 milioni, un taglio di 4,1 miliardi.


Senza dimenticare il recente azzeramento del Programma di attuazione nazionale (PAN) “Ricerca e competitività” (7,2 miliardi di euro) e conseguente trasferimento di risorse al “Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’Economia reale”, presso la Presidenza del Consiglio (SVIMEZ 2009). Un taglio netto di 11, 3 miliardi di euro, cifre da capogiro.

I risultati? Ce li presenta la Svimez, serviti su un piatto d’argento: Calo della produttività (-1% contro + 4,1% a livello nazionale); crollo delle esportazioni nei settori tradizionali (dal 29 al 19%, contro la perdita di soli 4 punti al Centro-Nord); costante incapacità di attrarre investimenti dall’estero (solo 13 euro per abitante negli anni 2001-2006, lontanissimi dai già modesti 292 euro del Centro Nord) e di investire in ricerca e sviluppo (dal 2000 al 2006 su 10 brevetti registrati in Italia, 9 sono al Centro-Nord).

Tutto è calato in un contesto di demagogia e retorica che vede il Sud assistito e il Nord operoso, quando invece le cifre dicono ben altro; nei dati e solo nei dati si nasconde la verità.

[Salvatore M. Pace]


(*) Paul Michael Romer influente economista americano, considerato alla fine degli anni '90 uno dei 25 studiosi più importanti degli Stati Uniti.




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