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Sud, c'e' una sola risposta alla crisi: reagire


Italia Sud nel tunnel nella crisi economica

La società contemporanea nei paesi a sviluppo capitalistico, grazie alle sue innumerevoli risorse, è in grado di dominare e tenere sotto controllo i processi economici e produttivi.

Questa disponibilità di mezzi, la cresciuta razionalità e il grande aumento dei beni materiali, causata dall’organizzazione della produzione, hanno determinato l’asservimento, anziché la liberazione dell’uomo “L’individuo è ridotto ad ingranaggio nella macchina del sistema produttivo e vien sempre più condizionato e manipolato dai mezzi di persuasione di cui dispone la classe che detiene il potere” (Max Horkheimer).

Ne conseguono comportamenti stereotipati di massa in cui la collettività ricorre automaticamente al verificarsi di alcuni eventi, e si adottano atteggiamenti irriflessivi per il semplice motivo di compiere azioni dettate dal sistema, a prescindere se queste possano essere vantaggiose o meno, giuste o sbagliate.

Per questo e per altri motivi, molte volte ci si pone sulla difensiva, e in tempo di crisi, le imprese invece di rendersi protagoniste e cercare di uscire dall’ingranaggio che le vede estranee a un sistema economico basato sulla finanza e sugli umori degli speculatori, attendono impassibili, piuttosto che rimboccarsi le maniche e determinare il loro cammino verso lo sviluppo economico e politico.

Il rapporto impresa e competitività di Srm [1] e Obi [2] evidenzia i rischi che corrono le imprese meridionali in stato di passività, determinato dall’attesa che la recessione economica cessi.

Questa situazione rischia di far peggiorare i mali endemici dell’economia del Sud, e di rendere ancora più difficoltoso l’aggancio dell’economia meridionale a quella del resto del Paese, appena la crisi tenderà a dileguarsi.

Tale brutto momento economico potrebbe lasciare nel Mezzogiorno un’orma indelebile dove nuovi problemi si sommano a quelli antichi e strutturali mai risolti, posizionando il Meridione in un profilo di sviluppo ancora più basso rispetto alle altre ripartizioni geografiche.

Nel 2009 tutte le imprese del Sud hanno drasticamente ridimensionato gli investimenti. Le aziende manifatturiere li hanno ridotti del 50% circa rispetto all’anno precedente. Nel comparto delle costruzioni le aziende che hanno dichiarato che procederanno a nuovi investimenti sono solo il 13% rispetto al 37,4% del biennio precedente. Dati negativi si hanno per tutti i settori: nell’ICT si è passati dal 41% al 30%; nel turismo dal 44% al 22%, la cosa più preoccupante che in tutti questi settori il budget dei piani di investimento programmati sono al di sotto di quelli della media del periodo pre-crisi e molti obiettivi sono stati modificati permanentemente al ribasso anche nel lungo periodo. Tanto che l’ISAE [3] per il 2010 prevede crescita negativa per il solo Mezzogiorno (-0,7).

Eppure l’innovazione è fondamentale anche perché esiste un mercato locale che potenzialmente non ha toccato il suo apice di saturazione, anzi la domanda aggregata meridionale non raggiunge i livelli delle regioni più sviluppate e moderne del resto d’Italia o di altri paesi europei.

L’indice del clima economico, nell’ultimo trimestre, così come percepito dalle imprese del Mezzogiorno, ha subito un miglioramento meno marcato rispetto alle altre ripartizioni, che passa da 75,7 a 77,4 ben al di sotto dei dati del terzo trimestre 2008, mentre nel Nord – Est l’incremento di tale indice è stato di ben 17 punti dal 72,9 al 99,5. Questo dato la dice lunga su come le imprese del Sud prevedono il loro futuro. Un dato ancor più preoccupante proviene dalla misurazione del clima di fiducia delle aziende calabresi che in contro tendenza fanno registrare l’unico dato negativo passando dal 64 al 62,8.

Margine di crescita ce n’è e ce ne sarebbe, in molte regioni meridionali si produce meno di quello che si consuma, il Mezzogiorno è cronicamente dipendente dalle merci provenienti da fuori. Questo perché le nostre imprese non hanno una grandezza e potenza tale da far fronte alla distribuzione delle grandi aziende, localizzate per la maggior parte al Nord.

Dopo la crisi nulla sarà come prima, ci troveremo di fronte ad un nuovo sistema economico diverso dal precedente con un differente meccanismo. Molte imprese si sono già orientate a questo nuovo modo di fare economia, modificando modo di organizzarsi, tale cambiamento è possibile solo attraverso l’innovazione, e l’innovazione si fa investendo risorse nella propria attività, nella ricerca e tecnologia. Cessando di considerarsi un mero ingranaggio di un motore e cercando di essere il più possibile artefice del proprio sviluppo economico e sociale.

Valutare effettivamente tutte le possibilità che un determinato contesto in un certo momento offre per poter cambiare direzione al momento giusto e nel verso giusto. Per fare questo occorre innovare costantemente, ancor di più in tempo di crisi.

Rifiutando l’immobilismo e l’attendismo, per essere pronti a ripartire il più velocemente possibile non appena la tormenta economica sarà passata. Se necessario attivando le giuste leve operative e indirizzando le istituzioni verso nuove esigenze di sviluppo perché il destino non è già prestabilito e le imprese molto possono fare per determinarlo [4].

[Salvatore M. Pace]

[08.12.2009]


[1] L’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno (SRM) ha come obiettivo la creazione di valore aggiunto nel tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno nella sua dimensione europea e Mediterranea ed il miglioramento della conoscenza del territorio sotto il profilo infrastrutturale, produttivo e sociale

[2] L’Osservatorio Regionale Banche-Imprese di Economia e Finanza (OBI) ha come scopo quello di approfondire la conoscenza dei sistemi produttivi regionali, migliorare le relazioni tra il mondo bancario e le imprese.

[3] L’Istituto di Analisi Economica (ISAE) è un ente pubblico di ricerca che svolge principalmente analisi e studi a supporto delle decisioni di politica economica.

[4] (NDA) L’epoca attuale è caratterizzata dall’occultamento della verità e dalla valorizzazione acritica dell’esistente. Manca un’autoriflessione intorno ai fondamenti economici che determinano gli avvenimenti al fine di promuovere una ricerca della verità che scopra i valori portanti di ogni fatto economico che si determina quotidianamente. Quasi come se il destino fosse già prestabilito, nel mondo borghese, all’uomo singolo rimane solo la scelta del modo di viverlo, nella convinzione che nulla possa fare esso per determinarlo o per lo meno indirizzarlo verso scopi più nobili.




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