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Nìguri: la verità che non sta mai da una parte sola


Niguri

Nìguri. Sono tanti, più di quanti un piccolo paese del Sud ne possa effettivamente accogliere. Sono poveri, perché hanno già perso tutto quello che avevano. Sono in attesa, che qualcuno li faccia uscire dal recinto di asfalto in cui sono stati parcheggiati  e che possano continuare il viaggio che nella loro mente non si è mai arrestato. Sono stanchi, hanno affrontato mesi di cammino e di violenze. Sono quasi sempre giovani e vengono da molto lontano. Ma soprattutto sono nìguri. E questo a Sant’Anna, centro di 500 anime alle porte di Crotone, dove c’è il secondo centro di accoglienza per immigrati più grande d’Europa, sembra essere davvero un grosso problema.

Lo ha raccontato nella serata dello scorso giovedì 10 dicembre a Bologna il regista santannese Antonio Martino, con il suo ultimo, bellissimo lavoro: un documentario autoprodotto, girato interamente nella piccola frazione di Isola capo Rizzuto nello scorso mese di Marzo e presentato poche sere fa in prima visione, in una sala cinematografica stracolma. Il film racconta proprio Sant’Anna. E il titolo è presto detto, conciso, diretto ed estremo: Nìguri.

Nìguri è una parola carica di significati e di simboli: non racconta soltanto di loro, i neri appunto, che con questo termine vengono riconosciuti, ma racconta anche dei calabresi, dei santannesi, che così li riconoscono. E’ una parola “medaglia”: nel senso che tiene insieme, indissolubili, le due facce della stessa storia, una storia a due protagonisti.

Di entrambi, immigrati e santannesi ci racconta Martino, senza filtri, e senza prese di posizione, in un modo schietto e delicato, che fa sinceramente riflettere sul tema che contraddistingue la società della nostra epoca: quello della convivenza multiculturale. Tema in fondo antico quanto l’umanità stessa, che viaggia e si sposta da sempre alla ricerca di una vita dignitosa, ma che in ogni epoca sembra colorarsi di una sua specificità: il colore della nostra, pare, è quello dell’incomunicabilità, data dal particolarismo, il volto nascosto di quel fenomeno chiamato globalizzazione.

Sant’Anna. Per i più è il nome del luogo dove si trova l’aeroporto di Crotone e il centro di immigrazione. Per i santannesi è solo il nome di casa propria. Per chi potrà vedere il film di Antonio Martino sarà il nome di  una comunità piccolissima, alle porte di una città meridionale, che prima confinava con Isola Capo Rizzuto e adesso anche con la Nigeria, con il Ghana, con il Marocco e tutto il resto del mondo.

 “A Sant’Anna non c’è niente – nelle parole del regista stesso - Manca tutto: la scuola, la rete fognaria, Internet, i collegamenti con Crotone. Ed è così da tantissimo tempo. A Sant’Anna ci sono solo i santannesi”.

I santannesi hanno la loro vita, le loro abitudini, il loro equilibrio essenziale dato da poche cose certe, che si ripetono sempre uguali anno dopo anno, come una pianta di mandarini coltivata in giardino che stagione dopo stagione si prepara a produrre sempre gli stessi frutti. Una anziana signora, intervistata dal regista nel documentario, aspetta per dei mesi che quei frutti siano pronti, e vive come un affronto personale il fatto che gli stranieri, “albanesi, nìguri… è uguale, sempre forestieri sono” – dice – ,  ignari di tanta dedizione, li raccolgano dalla pianta “strappandoli tutti, persino le foglie”.

Perché a Sant’Anna, come in ogni piccolo centro, la vita si svolge sempre uguale a se stessa da un tempo indefinibile. Eppure all’improvviso la comunità si è trovata a fare i conti con condizioni  di vita a cui non aveva mai assistito, come la prostituzione, “una parola che prima non si riusciva nemmeno a pronunciare perché faceva scandalo” dice Martino.
Sant’Anna vive di piccole cose. Sue e basta, non condivisibili. Ma per estrema contraddizione affianco a queste piccole cose è sorto un aeroporto e affianco all’aeroporto è sorto un CPT. E allora da qualche tempo a Sant’Anna ci sono anche loro, i nìguri. Sono persone di passaggio, sebbene nella maggior parte dei casi siano costrette a sostare per mesi e mesi in attesa di un permesso che tarda ad arrivare, ma per gli abitanti sono una presenza costante.

Si ciondolano tutto il giorno, non hanno niente da fare perché non possono fare altro che aspettare, prigionieri della loro stessa agognata libertà. Intrappolati nelle maglie di una burocrazia che, di ogni singolo giorno della loro vita di individui,  si prende il diritto di deprezzarne il valore, e che per ogni immigrato fa sborsare allo Stato trenta euro al giorno, con la compiacenza di chi da questa profusione di denaro da capogiro (se si tiene conto dei tempi della lunga trafila dei permessi accordati o negati) ci guadagna.
Da fuori il paese è  diventato un microuniverso sui generis, prodotto del multiculturalismo e specchio di un’Italia intera che non è ancora capace di rispondere ai bisogni di una società in cui il cambiamento bussa prepotentemente alle porte di un mondo ancora saldamente legato alle sue tradizioni. Che fare?

Martino non dà  risposte. Offre domande, spunti di riflessione che si accompagnano a uno spiraglio di speranza per tutti. Non ci sono né colpevoli né innocenti, né vincitori né vinti. Quello che emerge è che immigrati e santannesi sono simili sotto un aspetto: sono entrambi coinvolti in una stessa situazione più grande di loro e che è amplificata da un problema di cui soffrono le stesse conseguenze, l’emarginazione: motore ed esito dei viaggi dei migranti.

E questo i calabresi, popolo di migranti da lunga data, lo sanno più di chiunque altro. Come sanno che in fondo, che sia in Asia o in Europa, in Congo o in Calabria,  se fosse possibile, il posto più bello in cui vivere sarebbe senza dubbio casa propria.

[Mara Pitari]
 
[19.12.2009] 

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